

Lo stesso Delta, eppure un altro
Guardare oggi le immagini di Vancini significa inevitabilmente fare un confronto.
Che cosa è cambiato?
Che cosa è scomparso?
Che cosa, invece, è rimasto?
Sono domande semplici, ma non hanno risposte semplici.
È cambiato il paesaggio, perché il paesaggio non è mai qualcosa di immutabile. Sono cambiate le campagne, le strade, il lavoro, gli strumenti, i modi di vivere l’acqua. Sono cambiate le comunità e, insieme a loro, è cambiato il rapporto quotidiano con il territorio.
E l’acqua, che nelle immagini di Vancini appartiene alla vita del Delta quasi come una presenza naturale e inevitabile, oggi ci pone domande nuove.
L’acqua che arriva.
L’acqua che si ritira.
L’acqua dolce che incontra quella salata.
L’acqua che un tempo sembrava soltanto una risorsa da governare e che oggi ci ricorda continuamente quanto sia fragile l’equilibrio di questi territori.
Sono cambiate anche le nostre parole: subsidenza, salinizzazione, cambiamento climatico, fragilità degli ecosistemi.
Parole che forse negli anni Cinquanta non avevano ancora il peso che hanno per noi oggi.
Eppure, davanti alle immagini di allora, viene da pensare che il Delta avesse già dentro di sé molte delle domande che oggi ci poniamo.
Perché il Delta è un territorio costruito nel rapporto, spesso difficile, fra l’uomo e l’acqua.
Le bonifiche ne hanno modificato profondamente il volto. Gli argini hanno delimitato, le idrovore hanno prosciugato, i canali hanno accompagnato e indirizzato l’acqua. L’uomo ha cercato di rendere abitabile, coltivabile, produttivo un territorio nel quale l’acqua ha sempre avuto l’ultima parola.
Oggi sappiamo però che quell’equilibrio non può essere dato per scontato.
E forse proprio per questo tornare alle immagini di Vancini può essere utile.
Non per rimpiangere un Delta che non esiste più.
Non per stabilire se il passato fosse migliore del presente.
Ma per riconoscere la continuità di un luogo attraverso le sue trasformazioni.
Perché qualcosa è rimasto.
Sono rimaste le acque.
Sono rimasti gli argini.
Sono rimaste le valli e i canneti.
Sono rimasti i paesi, anche se molti hanno cambiato volto.
Sono rimasti gli uccelli che attraversano il cielo e gli animali che ancora abitano gli spazi più appartati.
E soprattutto è rimasta quella particolare sensazione che il Delta sa dare a chi lo percorre con attenzione: quella di trovarsi in un luogo nel quale terra e acqua non hanno mai smesso di cercarsi.
Forse è questo che le immagini di Vancini possono ancora insegnarci.
A non guardare il Delta soltanto come qualcosa che abbiamo ereditato, ma come qualcosa che continuiamo ogni giorno a trasformare e che, nello stesso tempo, ci trasforma


Rispondi